ah, niente: domenica 6 giugno suono al Mi Ami con il Collettivo Ginsberg.
diobono.
ah, niente: domenica 6 giugno suono al Mi Ami con il Collettivo Ginsberg.
diobono.
Leghisti, di Many
a un genio basta poco. cambiare una parola, capovolgere un’immagine. poco gli basta, per avere ragione.
…
C’era una volta
una donna bella
così bella che il cielo teneva le nuvole per coprirsi
al cospetto
e c’era un innamorato
così innamorato che il cielo sempre nuvole e coprirsi
la donna bella incontrava l’innamorato ogni giorno
e sospirava
e l’innamorato la baciava
e la…
bella lì.
forse l’elefante era quell’agosto, il primo agosto, e noi due eravamo i tronchi tra le zanne e la proboscide.
ci siamo trovati lì per caso, ci hanno preso ci hanno messo tra queste maledettissime zanne e la proboscide e ci hanno sbattuto, per bene direi.
ci hanno sbattuto contro l’estate o contro il tuo passato non si è capito ancora.
” —i múm non li ho mai ascoltati e nel loro nome non ho mai visto né elefanti né tronchi. c’è chi ce li vede, come i múm stessi, o come lei, e una volta che una cosa la vedi solo tu, una volta che possiedi l’immagine, hai in mano anche il racconto, e noi stiamo qui a sentirti.L’esperienza delle donne nella provincia di Massa-Carrara, di Marina Babboni (Eserciti popolazione resistenza sulle Alpi Apuane, prima parte, p. 341 ss.)
La vita delle donne e delle nonne, a legger dei post finiti qui, sembra una riserva inesauribile di memoria, meglio delle conserve. «Noi donne, con le nostre capaci borse, sapevamo trasportare tutto», ricorda Dina Bacciola, e mi sa che in quelle borse c’è finito anche il ricordo, ed ora profuma di caramelle o cingomme, così lo scriviamo meglio e, quando lo leggiamo, è come se le nonne offrissero una caramella o una cingomma, e non una bomba a strappo.
L’ossessione per l’originalità a tutti i costi è un po’ come il morbo di Morgellons, dai: non si guarisce da una malattia che non esiste.
ripetete dopo di me: amen.
(ogni tanto aggiorno anche di là, se l’internet mi funziona).
se fossi un attore, mi farei intervistare e, durante l’intervista, dopo aver parlato dei miei sette yorkshire e delle sorti del cinema italiano, mi schermirei un po’ su alcune domande, tipo quelle a proposito dei segreti del mestiere. se fossi intervistato e mi chiedessero quale tecnica adotto per piangere in scena, però, risponderei, come rispondo nella vita non ipotetica che scrivo su internet, penso alla sigla di “Hello Spank!” e scoppierei in lacrime e moccio. a quel punto il buco nel cielo di carta riuscirebbe utile perché, nessuno l’ha mai detto, la carta del cielo di carta proviene da un rotolo extra-morbido a quattro veli.
questa me la segno ora, ché nel 2008 non prestavo la giusta attenzione.
dai, non sono ancora del tutto allegri. basta ignorare le petizioni per salvare i grilli e ascoltare soltanto i primi due pezzi e sembrano sempre loro, senza gli anni novanta e senza le schitarrate, ma sempre loro (poeticamente parlando, senza mettere in mezzo la filologia, almeno stamani).
il problema è che il reggae cantato con cadenza veneta assomiglia troppo ai Pitura Freska e questo, con tutto il rispetto per sir Oliver Skardy, ci toglie la voglia di vivere. il problema è la riconoscibilità, il collegamento non richiesto sul quale ci intestardiamo anche con le migliori intenzioni, o perfino ingenuamente. guardi Toffolo, senti una chitarra ritmica su battute inaspettate, finisce un amore.
certo, era bello, era bello il mondo prima che arrivasse il ritmo in levare. aspettiamo che torni l’autunno? perché tanto torna, e se non torna lo facciamo risorgere in stereofonia.